I Garifuna, un popolo guerriero
(di Francesca Buscaglia)

 

Gorée, il primo viaggio
La mia passione per la cultura Africana nasce da un viaggio in Senegal
alla fine degl'anni novanta, durante il quale ho visitato l'Isola di
Gorée, l'isola da cui partivano le navi negriere cariche di schiavi da
deportare nel Nuovo Mondo.

Appena sbarchi con la nave vedi una fortezza che protegge un edificio
rosa a due piani. I due piani sono separati da un pavimento, semplici
assi di legno che dividevano le abitazioni dei padroni e delle loro
famiglie dalle celle destinate agli schiavi. A sinistra le donne, a
destra gl'uomini.
Quando entri non puoi fare a meno di chiederti come facessero gli schiavisti a
trascorrere serenamente la propria quotidianità sapendo che sotto di loro
uomini, donne e bambini vivevano stipati l'uno sull'altro tra i loro escrementi.

A Gorée è tradizione che solo un uomo possa raccontare la terribile
storia del viaggio che più di 5 milioni di africani strappati alla loro
terra affrontarono per andare a lavorare come bestie nelle piantagioni
delle Americhe e che questo ruolo poi si tramandi di padre in figlio.
Mentre il narratore ci raccontava, accanto a me un uomo afroamericano ha
cominciato a piangere.
Questa immagine resta tatuata indelebilmente nella mia memoria e da allora
ho cominciato a sentire la necessità di capire quello che realmente avvenne in quei
terribili anni in cui si consumò l'Olocausto del popolo africano.

La cultura Afroamericana, nonostante si sia sviluppata in un contesto di odio e
violenza (l' odio e la violenza di chi per più di 400 anni ha strappato intere
famiglie alle loro vite per costringerle a lavorare nelle terre d'America, quelle terre
strappate agl'indioamericani, sterminati anche loro in nome dello "sviluppo" delle potenze europee)
é in realtà espressione di un estremo atto di ribellione e quindi il più autentico grido di libertà
che l'umanità abbia sentito riecheggiare, forte come i tamburi della terra Africana.

I Garifuna, il secondo viaggio
Tutta la cultura Afroamericana, dal Centro America fino al sud del
Brasile, ha tratti comuni che derivano dalla Madre Africa.
Le percussioni, la danza come espressione corale, il ruolo centrale
delle donne nella famiglia, la matrilinearità, il ruolo degli anziani,
il culto degli antenati.
Quello che non si prende mai in considerazione quando si parla di schiavitù
è cosa sia successo tra gli africani e gl'indioamericani
che per primi abitarono quelle terre scoperte da Cristoforo Colombo sul finire
del 1400.

 

 

 

 

La storia del popolo Garifuna
Tra il 2003 e il 2004, mi sono trasferita a vivere
per più di un anno in un paese del Centro America, l'Honduras.
Il caso ha voluto che mi fosse assegnato un lavoro con una etnia, quella
Garifuna, discendente di schiavi scappati al controllo dei loro padroni.
La storia racconta che intorno al 1635 una nave schiavista portoghese
salpata dall'isola di Gorée fu travolta da una tempesta e che gli
schiavi africani che vi erano trasportati, approfittando della
situazione, uccisero i loro persecutori e dirottarono la nave verso
l'isola più vicina.
Approdarono quindi a San Vicente, un'isola delle Antille Minori davanti
al Venezuela, abitata dai Callipona, indios detiti alla pesca che già da
tempo erano in guerra con i colonizzatori francesi prima e con quelli
inglesi poi,che in quel periodo si contendevano il controllo sulle isole dei Caraibi.
I Callipona inizialmente accolsero gli Africani principalmente per avere
degli alleati che li aiutassero a difendersi dai continui attacchi europei.
Con il tempo gli africani cominciarono ad adottare le usanze dei loro
ospiti per sentirsi parte della nuova realtà in cui si trovavano a vivere
(impararono ad usare l'arco e le frecce, a pitturarsi il corpo alla
maniera Callipona e a coltivare la yuca per fare il casabe, all'oggi
piatto tipico Garifuna) pur mantenendo intatte alcune usanze africane,
come ad esempio quella della agricoltura mista, l'uso del tamburo nelle
celebrazioni religiose per il culto degli antenati e la gestione
comunitaria della terra.
Fu così che incominciarono a convivere gli uni accanto agl'altri e che
col passare degl'anni, dall'unione degli africani con le donne Callipona
nacquero i Garifuna.

I Garifuna erano considerati dei temibili guerrieri, e soprannominati
per questo "los archeros negros", "gli arceri negri".
San Vicente col passare del tempo divenne rifugio di numerosi schiavi
provenienti dalle piantagioni delle Barbados, proprio come avveniva
contemporaneamente in Brasile con i Quilombos.
Ma a differenza dei Quilombos ai Garifuna fu riconosciuto da un trattato
internazionale (quello che firmarono con la Corona Britannica nel 1773,
che nel frattempo dopo numerose guerre con le altre potenze europee si
era aggiudicata il controllo dell'isola) , il diritto di vivere sulla
terra di San Vicente e di commerciare lungo le sue coste in cambio
dell'impegno a non accogliere tra loro gli schiavi fuggitivi e ad
appoggiarli nelle guerre coloniali con i francesi.
I Garifuna erano infatti già considerati uomini liberi e temuti come
guerrieri feroci, soprattutto perchè durante le battaglie contro gli
invasori europei usavano la guerriglia come tecnica di combattimento,
rifugiandosi durante il giorno sulle montagne ed aspettando la notte per
attaccare i loro nemici protetti dal buio per sgozzarli nel sonno.
Ma i Garifuna non rispettarono mai questo trattato, perchè non
consideravano accettabile trattare con gli uomini bianchi assassini e
schiavisti e che per'altro parlavano in nome di un re che nessuno di
loro aveva mai visto.
Alla fine, quando l'onda lunga della Rivoluzione Francese con le sue
idee democratiche arrivò anche a travolgere le Indie
Occidentali, Chatoyer il capo supremo Garifuna dichiarò guerra alla
Corona Britannica incendiando case e villaggi dei coloni inglesi a San
Vicente.
Questa volta però la risposta degli inglesi fu massiccia e dopo aver
ucciso Chatoyer riuscirono a sconfiggerli e a deportarli prima
nell'isola di Roatan, e successivamente sulle coste dell'Honduras,
allora colonia spagnola, dove oggi vivono conservando intatte lingua e
tradizioni.


"Lasciate che vengano a vedere gli uomini, le donne e i bambini che sanno come si vive, la cui gioia di vivere non è stata annientata da quelli che pretendono di insegnare agli altri popoli come stare al mondo"
Chinua Achebe, No Longer at Ease.

 

 

 

 

 

 

 

Storia del popolo Garifuna
Il popolo Garifuna arrivò sulla costa di Honduras il 12 Aprile 1797, deportato dagli inglesi in seguito alla guerra per la conquista di San Vicente, isola delle Antille Minori, a Nord del Venezuela.
Sono i discendenti dell’unione di due differenti etnie, quella africana e quella Carrribe, gli indigeni di San Vicente, temutissimi e cannibali guerrieri indio.
Si racconta infatti che nel 1635 una nave negriera portoghese alla volta delle piantagioni del Nuovo Mondo subì un naufragio, a seguito del quale gli schiavi presero possesso dell’imbarcazione, uccisero tutto l’equipaggio e dirottarono la nave, appunto, verso San Vicente.
Qui la popolazione indigena, i Carribe, li accolse soprattutto per avere un alleato contro l’uomo bianco invasore.
Dall’unione tra africani e donne Carribe nasce il Garifuna.
Ben presto San Vicente si trasforma in un rifugio di schiavi fuggiti dalle piantagioni negriere.
Fu questo e la pratica Garifuna della “tenencia colectiva de la tierra”, cioe’ l’uso collettivo della terra, a destare le preoccupazioni delle grandi potenze, che ingaggiarono una guerra contro San Vicente, perpetratasi per tutto l’arco del XVIII secolo, fino alla vittoria degli inglesi, che deportarono il popolo Garifuna sulla costa Nord di Honduras e nell’allora Honduras Britannico (l’attuale Belize).

I Garifuna in Honduras
I Garifuna, all’oggi, vivono conservando le tradizioni della loro cultura e quel sistema collettivo di proprietà della terra che fin’ora li ha parzialmente protetti dall’espansionismo dei grandi “terratenientes” honduregni.
Con il crollo dell’economia honduregna, appoggiata sul colosso americano bananero della Unite Fruit Company (Honduras è infatti meglio conosciuto con il triste appellativo di “Repubblica delle banane”), che negli anni ‘50 abbandona il paese dopo averne depauperato la terra e sfruttato la mano d’opera a basso costo, comincia quella migrazione verso gli Stati Uniti che oggi è la base dell’economia di sussistenza di molte comunità Garifuna.
Questo fenomeno ha portato con sè una progressiva perdita della loro cultura che molte organizzazioni indigene stanno tentando di difendere, consapevoli dell’importanza di preservare una identità culturale di fronte all’inarrestabile processo di omologazione e di “gringhizzazione” cui il paese è soggetto.

 

 

 

 

Cultura Garifuna
La cultura Garifuna è senza dubbio una incredibile mix tra quelle india Carribe, Africana e per alcuni aspetti anche Europea.
La religione ne rappresenta forse l'esempio più chiaro, essendo una sintesi coerente tra quella cattolico romana e tutti quei riti e sistemi di credenze africane e indoamericane basate sul culto de "los Antepasados" (gli Antenati)
L' organizzazione sociale Garifuna vede gli Anziani in funzione di guida della comunità, come molte altre comunità negre dell' Africa e del Nuovo Mondo, e come unici interpreti della saggezza che viene dagli Antenati.

Risulta evidente che la famiglia nella cultura Garifuna svolga una funzione chiave, quella di garantire all'ndividuo la protezione e l'appoggio in ogni fase della sua vita.
Gli stessi prodotti per il consumo giornaliero sono procurati dalla famiglia.
Tutti partecipano al lavoro in maniera proporzionale alle proprie capacità e secondo una precisa suddivisione di genere.
Mentre agl'uomini è riservato il compito di procacciare le proteine animali attraverso la pesca, le donne si occupano dell'agricoltura e del commercio di alcuni prodotti alimentari tipici, come il pane di cocco o il casabe, una specie di focaccia secca derivata dalla lavorazione della farina di yuca (mandioca), che insieme al camote (una varietà dolce di tubero) rappresentano i tre alimenti base della dieta Garifuna.

Sulla coltivazione della Yuca esiste una leggenda che risale ai tempi di San Vicente.
Si dice che quando ancora stavano esplorando l'isola un gruppo di uomini, guidati da un giovane, incontrarono haràchan(la yuca) in una terra remota.
La pianta era alta come un albero di caoba e le sue radici così mastodontiche che gli uomini dovettero costruire una canoa grande come una nave per traspostrarne una parte nel villaggio.
Ogni famiglia ne ricevette una parte che al momento di essere piantata crebbe fino alle dimensioni attuali.

La maggior parte delle coltivazioni sono ad almeno più di 2 miglia dalla comunità ed anche questo si deve ad un costume ereditato dai tempi di San Vicente, quando i Garifuna dovevano rifugiarsi sulle montagne dell'isola per proteggersi dagli attacchi degli europei.
I Garifuna non conoscono il concetto di proprietà privata della terra.
La terra è della sposa, sorella o madre dell'uomo che ha libertato il terreno per permetterne la coltivazione. Dopo 3 o 4 anni si lascia riposare e subito è invasa dalla vegetazione, fino a quando qualcun' altro non decide, superato il periodo di riposo, di coltivarla nuovamente.

Il casabe, il piatto tipico
Se delle loro origini africane conservarono la pratica della coltivazione mista e la produzione di generi destinati alla vendita, dai Carribe ereditarono la coltura della yuca e la produzione del casabe.
La preparazione di questo alimento, che insieme al pan di cocco, alla bevanda Guifiti ed alla musica Punta è un pò il simbolo della cultura Garifuna, passa attraverso tre grandi fasi.
Dopo la raccolta della yuca, le donne della comunità si riuniscono per la prima fase della lavorazione, che consiste nel grattuggiare il tubero -tajuruchu yuca- con un apposito strumento, l' -egui-
Questa operazione si svolge di casa in casa per tutta una giornata e tutte le donne vi partecipano intonando canti tipici
L'impasto che ne deriva viene conservato in un contenitore di vimini dalla forma allungata come un serpente, chiamato -rruguma-
fino a che la massa non è asciutta
L'acqua che colerà dal Rruguma viene utilizzata per la preparazione del -adulu-, un alimento per i bambini appena nati dalle forti proprietà decongestionanti e fortificanti per la flora intestinale
La massa lasciata seccare nel Rruguma viene successivamente cotta su una piastra di metallo posta sul fuoco fino a formare il Casabe, l' -ereba-, una specie di focaccia piatta che anche sotto la pressione del clima tropicale, può conservarsi oltre 6 mesi

Il Guifiti, la bevanda delle 100 erbe
Questo liquore é ottenuto dalla fermentazione di più di 100 erbe medicinali ed è per questo che viene usato sia in occasioni di festa che come medicina per curare diverse patologie. Per i Garifuna è un potente afrodisiaco e viene ritenuto un ottimo rimedio per l'impotenza maschile

La Punta, la danza rituale
E' una danza su ritmi afrocaraibici che viene celebrato durante i riti funebri.
Per i suoi movimenti sensuali e giocosi viene spesso scambiato per un ballo festoso, mentre invece é la danza che celebrando la morte richiama alla prossima vita.

Il Giuancunù, la danza degli schiavi
E' ballato durante le celebrazioni del Natale e del Capodanno e celebra un periodo storico, quello in cui i Garifuna travestendosi da donna tentarono di sottrarsi alla cattura da parte degli inglesi.
Proprio per i travestimenti e le maschere meravigliose che si indossano per questo ballo è anche conosciuto come la danza de
"Los Mascaros"



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